La prima frustata, Tomei la assesta proprio al lessico che ingolfa la ristorazione: “La comunicazione è semplicemente un piatto che arriva al tavolo. Punto Chi fa il mio mestiere dovrebbe parlare attraverso i piatti, non con i discorsi” dice. “Del resto cucina è un linguaggio universale, forse il più diffuso al mondo insieme alla musica”. Nell’epoca dei terroir urlati, Tomei, patron dell’Imbuto a Lucca, smonta i luoghi comuni con il fare di chi ha già acceso i fuochi.
L’EVENTO
C'è + Gusto: il cibo come linguaggio del mondo
14 Ottobre 2025
“Territorialità è importante, certo. Ma il cibo deve raccontare un luogo come una stratificazione di culture che su di esso insistono, non come un santino. E la storia ci insegna che la stratificazione non è sovranismo, bensì incrocio di culture diverse. In Italia gli esempi sono infiniti. Se non avessimo lo zafferano persiano, oggi non ci sarebbe il risotto alla milanese. E l’origine della cassoeula non è lombarda ma spagnola: insomma, la storia non è un recinto ma un vocabolario che si allarga”. Entra in gioco l’antica Roma, laboratorio di contaminazioni: “Un antico popolo che ha fatto – anzi, abbiamo, perché erano i nostri progenitori – sincretismo anche col cibo, tenendo vive le tradizioni dei popoli occupati anche in gastronomia. Roma è stata la prima capitale della gastronomia e del suo linguaggio: una Babele golosa in cui si mangiava di tutto perché di tutto arrivava da ogni angolo dell’impero”.







