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Ultimo aggiornamento: 14:44

Basta braccetti che vengono in mezzo al campo ad impostare e terzini chiamati a fare gli attaccanti, sofismi, dissertazioni d’etica e morale, supercazzole varie e di ogni tipo. Siamo tornati al calcio pane e salame, i difensori che difendono e due punte grosse là davanti che pensino a far gol. Piaccia o meno, un po’ dovremmo anche vergognarcene, ma questa è l’Italia di Rino Gattuso.

Usciamo dalla sosta di ottobre con due vittorie e un sospiro di sollievo: scacciato lo spauracchio Israele (e tutte le vicende extra campo che questa sfida si portava dietro), abbiamo staccato il pass per i playoff mondiali. Ci giocheremo la qualificazione a Usa 2026 negli spareggi di marzo. È meno del minimo sindacabile, ma nemmeno questo era scontato per come si era ridotta la nazionale con l’ultimo Spalletti, umiliata dalla Norvegia a Oslo e poi imbarazzata anche dai dilettanti della Moldova, ad esonero del ct già comunicato.

Al di là dei risultati, delle quattro vittorie contro Estonia e Israele comunque preziose, Gattuso ha un merito: aver sgombrato la nazionale da sovrastrutture tattiche e mentali, evidentemente pretenziose per una squadra con poco talento e anche personalità, quindi inutili e anzi dannose, perché avevano finito per appesantire la maglia azzurra, diventata un fardello quasi insostenibile per tanti. Non che l’idea di Spalletti fosse in sé sbagliata: la ricerca di un calcio elaborato e moderno, in linea con ciò che si muove nel resto dell’Europa ai massimi livelli, è un proposito lodevole. Semplicemente non era la ricetta giusta, forse in generale proprio per la nazionale, dove manca il tempo materiale per attecchire principi troppo complessi, di sicuro per questa.