Bene, Rino, bene così. É una bella Italia, questa che hai accroccato come sappiamo, tra molti dubbi e tanta pena. E poi comunque ci voleva proprio, ci serviva una serata di calcio con un’atmosfera forte, mentre la gente canta sugli spalti e c’è, diffusa, quella certa allegria che scatenano gli azzurri, quando vincono.

Sono riflessioni sparse, calde: non è mai facile trovare le parole, bisogna sforzarsi di metterci equilibrio, logica, anche se è chiaro che adesso proseguiamo il nostro faticoso percorso verso i mondiali con un orizzonte nuovo, meno buio e stretto, e non era detto. Con un po’ di onestà intellettuale, certo, è necessario riconoscere pure che l’Estonia vale — forse — una squadra di bassa serie B. Però stanno lì: ordinati, ostinati, tosti, fastidiosi. Non è stato facile.

La difficoltà s’è intuita abbastanza presto.

Guardate: il primo appunto, dopo 25 minuti. Più per abitudine, che per reale necessità. Pensando che se qualcuno a casa s’è buttato su Netflix, non va biasimato. Gli estoni sono scarsi assai, gli azzurri presidiano il campo e danno l’impressione di poter segnare da un momento all’altro, ma non segnano. Ci sono applausi, pubblico affettuoso, molte scolaresche, aria frizzante. Se arrivi ad appuntarti che l’aria è frizzante, è abbastanza chiaro tutto. Qui in tribuna stampa si cincischia anche per stabilire lo schema di gioco degli azzurri: in fase di possesso, sembra un chiaro 4-2-4. Politano e Zaccagni sono spesso in linea con i due centravanti, Kean e Retegui. Che corrono un po’ troppo affiancati. Gattuso se ne accorge e, con gesti teatrali, glielo spiega: incrociatevi, parlatevi, non correte dietro allo stesso pallone.