«Non sapevo più se fosse mattina o notte. Tutto era uguale, il tempo non esisteva, il cielo era scomparso». È un racconto fatto a bassa voce, una confessione di cui quasi si vergogna, chi per due anni ha vissuto l’orrore. Le voci degli ostaggi sono lo specchio di una vita sventrata, l’eco di una psicologia fatta a pezzi. I medici ascoltano i rapiti usciti dai tunnel bui di Hamas e capiscono che le cure saranno molto difficili. Il nome di chi parla, all’orecchio della dottoressa Yehene è un segreto professionale e di indagine. Testimonianze che si sovrappongono e raccontano lo stesso inferno. «Ho cercato di segnare i giorni con un bastoncino sulla terra – dice uno dei 20 ostaggi – ma era impossibile orientarsi». L’ossessione del tempo, o della sua assenza, ha guidato quei mesi interminabili nei cunicoli di Gaza: legati, isolati, senza alcun contatto con il mondo esterno. «Un giorno – aggiunge un altro – i carcerieri mi dissero che era il mio anniversario di nozze. Mi tolsero le catene per poche ore e mi permisero di fare una doccia. Solo allora ho ricominciato a contare i giorni».
«Ci dicevano che non saremmo mai usciti vivi dai tunnel, che nessuno ci cercava: né le nostre famiglie, né il governo. Nessun accordo ci avrebbe liberati. Eravamo dimenticati». Le parole escono lente, come se pesassero. Ogni sillaba è un passo di ritorno verso la luce.













