Denunciano Hamas i vivi, ma lo denunciano anche i morti. Non solo gli ostaggi liberati a Gaza stanno raccontando di questi 738 giorni di prigionia. Ci sono anche i cadaveri che sono stati restituiti: per ora solo quattro sui 28 promessi, e c’è da capire se è perché effettivamente i sequestratori facciano fatica a capire dove gli altri sono finiti, o se perché le tracce sui corpi rivelerebbero altre storie di orrore. Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) riferiscono i nomi di due. Guy Iloz, cittadino israeliano di 26 anni, era stato ferito durante la fuga dal festival Nova. Secondo i primi esami, «è morto per non aver ricevuto cure mediche adeguate». Bipin Joshi, cittadino nepalese di 23 anni, è stato rapito da un rifugio nel kibbutz Alumim, e ucciso durante la prigionia. Ma ci sono appunto i racconti dei vivi, e di ciò che hanno dovuto passare. Tutti descrivono un ambiente segnato da torture, isolamento, manipolazione psicologica, fame e paura.
Avinatan Or, per esempio, è rimasto completamente solo per tutto questo tempo, senza alcun contatto con altri ostaggi fino al suo rilascio e ha perso tra il 30% e il 40% del suo peso corporeo. Altri, come il colombiano-israeliano Elkana Bohbot, hanno trascorso la maggior parte del tempo incatenati in tunnel sotterranei, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio. Le immagini dei rimpatriati mostrano spesso braccia ferite, proprio a causa delle catene. I gemelli Gali e Ziv Berman furono rapiti insieme, ma i terroristi li separarono. Si sono incontrati per la prima volta nella base militare israeliana di Reim, dopo la liberazione.
















