Da una parte i volti degli ostaggi israeliani e dei loro familiari che si riabbracciano dopo oltre 700 giorni, con un’emozione senza eguali; dall’altra, l’agonia che non finisce per chi vorrebbe almeno dare un ultimo saluto a chi non è riuscito a sopravvivere alla prigionia nei cunicoli di Hamas. C’è un risvolto opaco nella storica giornata di ieri: l’organizzazione terroristica ha infatti restituito solo quattro corpi dei ventotto prigionieri deceduti ancora nelle sue mani, venendo meno a uno dei punti chiave degli accordi raggiunti nei giorni scorsi.

Così il ministro della Difesa di Israele, Israel Katz, ha subito lanciato l’allarme: «L’annuncio di Hamas riguardo alla restituzione di quattro corpi rappresenta un mancato rispetto degli impegni», ha commentato in un post su X. «Qualsiasi ritardo o rifiuto deliberato verrà considerato come una violazione dell’accordo e sarà affrontato di conseguenza», ha rimarcato. Il recupero di tutte le salme degli israeliani, nessuna esclusa, è «la missione urgente in cui tutti ora siamo impegnati».

Una missione che va portata a termine, ma il timore è che possa non essere completata. Alcune fonti israeliane anonime hanno riferito che fino a quindici corpi potrebbero non essere più recuperati: già prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, Hamas aveva chiesto tempo per riuscire a rintracciare i cadaveri degli ostaggi, lasciando intuire che non fosse in grado di ritrovare i resti dei civili israeliani deceduti nel corso della prigionia. Un timore che si è tramutato in un terribile riscontro.