Gli ostaggi che tornano in una bara non si possono abbracciare. I figli non gli corrono incontro. I compagni di vita non posano un bacio sulle loro labbra. I genitori non preparano in loro onore i cibi prediletti, per festeggiare la liberazione. Fra coloro che sono tornati in un feretro c’è Oded Lifshitz, 83 anni, che abitava nel kibbutz Nir Oz. Negli articoli pubblicati su di lui prima del funerale mi ha colpito un dettaglio, menzionato senza grande enfasi: Oded Lifshitz era un attivista dell’associazione «La strada per la guarigione». Questo dettaglio a me dà i brividi: una volta al mese, a volte anche diverse volte al mese, Oded Lifshitz partiva con la sua automobile per andare ad accogliere palestinesi al varco di Erez a Gaza, o in altri posti di blocco in Cisgiordania, e li accompagnava a ricevere cure mediche urgenti negli ospedali in Israele. In questo modo ha salvato la vita a neonati, bambini, donne, uomini. Loro lo sapevano. Mentre viaggiavano fino all’ospedale, avevano di certo occasione di chiacchierare. Le lingue si scioglievano. I cuori si aprivano. Nascevano amicizie. È questo il senso profondo dell’associazione in cui Oded era volontario, e di molte altre simili: costruire piccoli ponti di fiducia tra individui, al di sopra delle voragini di dolore che i due popoli si causano a vicenda.