Ho deciso che avrei corso ogni mattina fino alla fine della guerra, pensavo che sarebbe durata un mese, massimo due, invece ormai è già un anno e mezzo, e siccome la guerra non è ancora finita, stamattina, anche se sono nel deserto, a Mitzpe Ramon, mi alzo all’alba, infilo le scarpe da running ed esco. Mi aspettavo che con il tempo sarebbe diventato più facile, che le distanze si sarebbero allungate, i passi alleggeriti, avrei sviluppato il battito cardiaco regolare e calmo del professionista. In realtà succede il contrario. Più passa il tempo più la mia corsa si fa lenta, pesante. Corro portando nel cuore tutti i soldati morti, le loro madri, i soldati mutilati al reparto ortopedico del centro riabilitativo Loewenstein, corro con la ragazza che ha avuto un attacco di panico durante il laboratorio di scrittura creativa che sto conducendo qui a Mitzpe Ramon perché il deserto ha riportato a galla i suoi ricordi del 7 ottobre, corro mentre in me cresce la consapevolezza che questo ritiro, che non nasceva come terapeutico, lo sta diventando comunque, perché qualunque esercizio do le persone lo usano per sfogarsi.
Il diario di Eshkol Nevo da Israele, diciottesima puntata | Sull'orlo della voragine: ormai la tragedia di Gaza non si può più ignorare
Lo scrittore israeliano: di corsa nel deserto, pensando a immagini strazianti e a domande senza risposta







