Ho deciso che avrei corso ogni mattina fino alla fine della guerra, pensavo che sarebbe durata un mese, massimo due, invece ormai è già un anno e mezzo, e siccome la guerra non è ancora finita, stamattina, anche se sono nel deserto, a Mitzpe Ramon, mi alzo all’alba, infilo le scarpe da running ed esco. Mi aspettavo che con il tempo sarebbe diventato più facile, che le distanze si sarebbero allungate, i passi alleggeriti, avrei sviluppato il battito cardiaco regolare e calmo del professionista. In realtà succede il contrario. Più passa il tempo più la mia corsa si fa lenta, pesante. Corro portando nel cuore tutti i soldati morti, le loro madri, i soldati mutilati al reparto ortopedico del centro riabilitativo Loewenstein, corro con la ragazza che ha avuto un attacco di panico durante il laboratorio di scrittura creativa che sto conducendo qui a Mitzpe Ramon perché il deserto ha riportato a galla i suoi ricordi del 7 ottobre, corro mentre in me cresce la consapevolezza che questo ritiro, che non nasceva come terapeutico, lo sta diventando comunque, perché qualunque esercizio do le persone lo usano per sfogarsi.