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Ultimo aggiornamento: 18:18

Mercoledì sera ero pronto anche io a partire per l’Egitto, diretto alla Marcia per Gaza. Zaino in spalla, basso profilo (inclusa una Lonely Planet per l’Egitto) e il minimo indispensabile per una missione dallo scopo chiaro: continuare a far parlare, a voce alta, di Gaza — soprattutto adesso, sulla scia del sequestro illegale della Madleen da parte di Israele. Un’azione simbolica, ma essenziale.

Ma cos’è, esattamente, la Marcia per Gaza? L’idea nasce da un gruppo di attivisti pro-Palestina sparsi in diverse parti del mondo. Obiettivo: raggiungere simbolicamente o realmente il valico di Rafah, “dal basso”, rompendo l’assedio. Una chiamata pubblicata sul web ha fatto da miccia: in pochi giorni l’attenzione è cresciuta in modo imprevisto. Nonostante la scarsissima copertura mediatica, l’organizzazione è riuscita a radunare delegazioni da vari paesi, fissare regole comuni, programmare date, e contare già qualche migliaio di potenziali partecipanti. In Egitto si è attivato un coordinamento — pur mantenuto sottotraccia, visti i delicati equilibri politici locali.

Anche io, dicevo, ero pronto. Vivo a meno di un’ora di volo dal Cairo, e volevo partecipare a un’iniziativa tanto difficile da realizzare quanto potente dal punto di vista simbolico. Nei paesi arabi spesso c’è diffidenza verso l’attivismo occidentale, ma in questo caso sembrava che la chiamata avesse mobilitato persone da ogni parte del mondo. A dare una forte spinta è stata l’immagine diventata virale del Sumud Convoy: quasi 200 tra auto e pullman partiti domenica dalla Tunisia per raggiungere il valico di Rafah passando per la Libia. Bandiere, volti di ogni età ed estrazione sociale, e viveri a bordo per i gazawi, stretti nella morsa di Israele.