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Ultimo aggiornamento: 14:14
Erri De Luca è un uomo coerente. Lo è sempre stato. Processo, minacce, gogna mediatica: ha tenuto duro. “La TAV va sabotata”, disse. E lo ripeté. E lo scrisse. E quando lo portarono in tribunale, non chiese le attenuanti, non si scusò, non si sfilò. Chapeau. Poi arrivò il 7 ottobre 2023. Poi arrivò Gaza. Poi arrivarono ventimila morti, quarantamila morti, i bambini sotto le macerie, i medici negli ospedali bombardati, i giornalisti uccisi uno dopo l’altro con precisione chirurgica. E De Luca? Silenzio. O quasi.
Il 25 maggio 2026, Erri De Luca sarà a Gerusalemme. Ospite d’onore dell’International Writers Festival, nella cornice bucolica del quartiere Mishkenot Sha’ananim. Parlerà di sé, di Napoli, del suo nuovo libro che uscirà presto in ebraico. “From Naples to Jerusalem”, si chiama il suo panel. Poetico, davvero. Ma io vedo un problema di coerenza che urla, e urla forte.
Le cesoie e il filo spinato. De Luca rischiò otto mesi di carcere per aver detto che la TAV andava sabotata. “Le cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti”, dichiarò. Un cantiere in Val di Susa, qualche recinzione tagliata, qualche bulldozer graffiato: per questo l’Italia lo processò e lui — nobilmente — non si tirò indietro. La resistenza come valore morale. Il sabotaggio come legittima difesa di una comunità minacciata.






