«Identificazione pubblica di massa», dicono. Mettersi nei panni degli ostaggi. E dunque saltare il pasto di shabbat, perché «anche loro fanno la fame come i palestinesi». E camminare e gridare, perché loro «là sotto non possono fare né l’uno, né l’altro». Oggi si digiuna davanti alla casa di Bibi Netanyahu. E martedì si farà una grande marcia, per la liberazione degli ultimi cinquanta prigionieri rimasti nei tunnel di Gaza, i vivi e i morti: la organizzano i familiari, solito percorso da Hostage Square a Tel Aviv, e poi a Gerusalemme e ad Haifa. Nel Vietnam d’Israele, la contestazione è no stop. Sanno che sugli ostaggi non servirà a far cambiare idea: sperano serva, almeno, a cambiare un destino sempre più segnato. Perché non c’è ancora una risposta ufficiale israeliana alla proposta parziale di Hamas — il rilascio scaglionato di dieci vivi e di diciotto morti, in cambio di due mesi di tregua, poi si discute degli altri —, ma il premier Netanyahu ha già detto no e il suo ministro della Difesa, Israel Katz, minaccia di «spalancare le porte dell’inferno» se gli ostaggi non verranno liberati tutt’insieme.