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Ultimo aggiornamento: 9:09
“La grande chiave saldata sulla porta indica il diritto al ritorno che finora ci è stato negato”, racconta A. (il nome non viene rivelato per motivi di sicurezza). Entrando ad Aida si notano subito i solchi dei proiettili che hanno inciso la violenza israeliana su tutti i palazzi del campo profughi. Camminando per la via principale, a ogni angolo si incontrano murales raffiguranti i bambini uccisi dai cecchini. Alcuni appena adolescenti, come Mohammed, colpito quando aveva 16 anni e lasciato dissanguare all’entrata del campo dopo che l’esercito israeliano ha impedito al padre di portarlo in ospedale. La geografia di Aida è una mappa del dolore inflitto quotidianamente alla sua popolazione in stile street art, perché i murales servono a non dimenticare. Il campo è un baluardo della lotta all’occupazione, un esempio dell’apartheid che costringe a una vita profondamente diversa un palestinese originario di Betlemme e un palestinese originario di Aida, nati a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Contornato dal muro che separa Betlemme da Gerusalemme, la Cisgiordania da Israele, il campo si estende per circa sette ettari ed è abitato da oltre 5mila persone: uno dei luoghi a più alta densità di popolazione al mondo. Ospita i profughi palestinesi del ’48, doveva essere una sistemazione temporanea. Nel tempo le tende sono diventate piccole costruzioni in pietra, poi case più grandi per ospitare famiglie allargate, infine edifici su più piani.






