Sarà la dura realtà del riassetto del Medio Oriente ad archiviare gli slogan muffiti di cui si è nutrita la propaganda, dalla salottiera e televisiva “due popoli due stati” alla virulenta di piazza “Palestina libera dal fiume al mare”. Se i palestinesi avranno uno stato non dipenderà dai flottiglianti, né dagli okkupanti e neppure dai barricaderi, ma dalla diplomazia.
Sei palestinesi avessero voluto avrebbero uno Stato da un ventennio. Ma Yasser Arafat sbatté davanti al muso del presidente americano Bill Clinton la porta che le trattative avevano aperto tra Israele e Olp negli Accordi di Oslo del 1993 e poi del 1995. La proposta di pace statunitense offriva ai palestinesi la striscia di Gaza, il 96% della Cisgiordania, un 4% di Israele da definire, Gerusalemme Est capitale, e con un viadotto per collegare Gaza alla Cisgiordania. L’Autorità Nazionale Palestinese disse no. Clinton lo aveva già ricordato e ci è tornato probabilmente per rinfrescare la memoria a chi non vuole sapere e neppure sentire. Ha pure rimarcato che le comunità ebraiche in assoluto più favorevoli alla formula “due popoli due Stati” erano proprio quelle vicino a Gaza, massacrate nella carneficina del 7 ottobre a opera di Hamas. La storia bussa adesso a quella porta sbarrata dai palestinesi, con la tregua strappata e imposta da Donald Trump.













