Di fronte alla “guerra delle immagini” su Gaza è impossibile ignorare il salto narrativo delle ultime ore: dal filone iconografico della fame e delle tendopoli alla sequenza, dopo il cessate il fuoco di tre giorni fa, di volti sorridenti, bambini ripuliti, uomini che sparano macabramente in aria con Ak-47. Ma attribuire questo scarto solo alla “normalizzazione” sul campo significherebbe confondere l’immagine con la realtà. E quindi cadere in trappola. Il cessate il fuoco è reale e documentato, così come lo sono le morti, le devastazioni, il disastro umano, i primi rientri tra le macerie e la macchina degli aiuti che prova a riaccendersi, pur tra mille incertezze.

Il nodo però è un altro: la costruzione mediatica del conflitto. Per due anni, l’accesso ai reporter stranieri a Gaza è stato negato, per scelta del governo israeliano. Di conseguenza, la totalità della narrazione visiva è dipesa da fonti locali, embedded di Hamas e cosiddetti “stringer pool”, gruppi di reporter locali (quindi non si sa mai fino a che punto davvero indipendenti) che raccolgono (o realizzano) e forniscono materiali a tutti i media quando l’accesso diretto è limitato, controllato o pericoloso. Questo filtro strutturale ha conferito loro un potere che va al di là di ogni immaginazione, rendendo il racconto più vulnerabile alla propaganda e all’amplificazione algoritmica: ciò che “buca” lo schermo domina il feed, non ciò che rappresenta davvero la proporzione del dolore.