La sinistra non sembra intenzionata a mollare l’artificio retorico di Gaza. Da tempo concetto divenuto un brand utilizzato per entrare a far parte del circolo dei buoni, dei correttamente orientati, degli umani, di quelli che... Trump è un bullo. Ora a Gaza c’è una tregua, primo passo verso – si spera – una pace stabile. Ma Giorgia Meloni non aveva sbagliato quando ha accusato la sinistra di non digerire gli accordi di Sharm el-Sheikh. Che sono risultati spiazzanti per chi intendeva mobilitare le piazze italiane contro il governo esibendo la sofferenza del popolo palestinese. Dalle parti del Pd l’operazione è ormai quasi del tutto archiviata, tanto che hanno ripreso voce e iniziativa i cosiddetti riformisti, ridotti ai margini dalle scapigliate invettive sul “genocidio”.

Ma il brand Gaza resiste, scendendo dal livello politico a quello della politica spettacolo. Selvaggia Lucarelli non ha forse adottato una micina randagia chiamandola Gaza? Il professor Montanari non si presenta in tv mostrando una kefiah adagiata sui libri? Milena Gabanelli non porta una fascetta nera a lutto sul braccio «per lo sterminio di Gaza»? Damiano David non ha ballato con la kefiah durante un concerto? I deputati pentastellati addirittura hanno formato un quadretto umano con i colori della bandiera palestinese ad uso dei fotografi. È questa la nuova moda del palestinismo, l’ultimo delirio ideologico abbracciato dalla sinistra reduce da altri scivoloni. Prima il trend dell’apocalisse climatica, poi l’antifascismo militante di ritorno e oggi il palestinismo.