La tregua con Israele è arrivata, ma a Gaza non c’è pace. Perché adesso il rischio è che la guerra cambi volto: Hamas non si troverà più davanti i carri armati dell’Idf, ma i fucili dei rivali interni palestinesi. Smettono di cadere le bombe, ma può cominciare un bagno di sangue tra vicini di casa. Hamas ha governato la Striscia con il pugno di ferro per quasi vent’anni, smantellando clan, bande armate e fazioni con le quali era in competizione. Nel 2007, prese il potere con una ferocia memorabile: miliziani di Fatah gettati dai tetti dei palazzi. Hamas, in seguito, ha imposto la propria legge, mentre l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen è confinata in Cisgiordania, schiacciata da accuse di corruzione e impotenza politica. La violenza da un lato, il malaffare dall’altro: così si è allargata la frattura intestina. Oggi, però, quell’apparato di controllo di Hamas non è più lo stesso. La guerra con Israele ha logorato la sua macchina di potere. Oltre due milioni di sfollati e istituzioni collassate, fame e disperazione hanno aperto spazi che altri leader in fasce cercano di occupare.
Nei quartieri compaiono uomini armati che non rispondono più a Hamas. Clan storici come gli Al Astal, o figure nuove come Yasser Abu Shabab, diventati padroni di zone che si definiscono “umanitarie” ma in cui spesso regna il terrore. Si racconta di rapimenti, di civili consegnati alle forze israeliane. «Mia sorella Tasneem è stata presa in pieno giorno da uomini armati, solo dopo abbiamo scoperto che era in una prigione in Israele», denuncia Mohammed al Hams. E poi ci sono i ragazzi della guerra, cresciuti in questi due anni di conflitto. Hanno imbracciato il kalashnikov per sopravvivere, non vogliono deporlo. Alcuni non riconoscono più l’autorità di Hamas e preferiscono muoversi in piccole unità autonome, desiderosi di continuare la lotta. Un terreno minato su cui muovono le milizie foraggiate da Israele. Come minimo 12 raggruppamenti, scrive il britannico Guardian, dotati di armi leggere e veicoli forniti dall’Idf. Clan ostili a Hamas, bande usate come pedine. Un ufficiale israeliano spiega: «Stiamo creando alternative. Non vogliamo che quando lasciamo un quartiere, Hamas torni a prendere il controllo». Per molti palestinesi è la prova del piano per fratturare Gaza dall’interno. «Queste milizie servono solo gli interessi di Israele», accusano i funzionari Anp. Tutto, ormai, rischia di trasformare la tregua in miccia. Hamas cercherà di riaffermare la sua supremazia, ma dovrà affrontare clan armati, miliziani in proprio, milizie filo-israeliane e il ritorno strisciante di Fatah, il più insidioso. Oltre alla convivenza, non sempre facile, con le altre fazioni come la Jihad islamica della Striscia. In mezzo la popolazione civile, tra la speranza di un cessate il fuoco duraturo e la paura che la guerra riprenda. Le milizie? «Sono peggio dell’occupazione», dice Mohammed Sardah, sfollato di Khan Younis. «Sparano vicino alle tende, dei bambini sono stati uccisi da proiettili vaganti».










