Credevano di essere usciti dall’incubo. Stamane, i gazawi si sono svegliati dopo aver passato, di nuovo, una notte di guerra. Benjamin Netanyahu aveva ordinato una ripresa di raid pesanti (“forceful strikes”) e l’Idf ha prontamente eseguito. La tregua è dunque infranta. Fattore scatenante: Hamas aveva restituito i resti di una salma che non appartengono a nessuno dei 13 ostaggi mancanti; si sarebbero aggiunti, secondo fonti israeliane, attacchi di milizie del Movimento a Rafah. Causa vera: la fragilità del cessate il fuoco. Con avversari che lo vogliono far fallire.

L’INTERVISTA

Pizzaballa: “Con i leader di oggi Gaza non ha futuro”

La tregua è il risultato di una complessa operazione diplomatica americano-araba-turca, capofila e garante Donald Trump. Le due parti l’hanno subita più che voluta. Hamas sotto le pressioni arabe e turche, specie dei due grandi appartenenti alla stessa famiglia politica, la Fratellanza Musulmana, Qatar e Turchia. Israele sotto quelle americane esercitate anche brutalmente da Trump – vedi telefonata di scuse all’Emiro del Qatar alla quale Netanyahu si è visto costretto nell’Ufficio Ovale. Entrambi, Hamas e Israele, avevano specifici interessi, l’uno a una boccata d’ossigeno militare, l’altro alla liberazione degli ostaggi. Ma nessuno dei due vuole veramente farla finita con la guerra, semplicemente rinviarla alla prossima puntata. Tenerli sotto forte e continua pressione internazionale si è subito rivelato indispensabile, vedi spedizione Witkoff-Rubio-Vance a Gerusalemme. Rara, se non unica, mobilitazione, insieme, di Vicepresidente, Segretario di Stato e negoziatore di fiducia del Presidente.