Corriere della Sera, Repubblica, la Stampa, il Giornale, Libero. Sono alcune delle testate sulle quali è uscita una pagina a pagamento acquistata dall’associazione Setteottobre nel secondo anniversario la strage compiuta da Hamas nel 2023. “1200 morti. 251 rapiti, di cui 48 ancora ostaggi di Hamas. Roghi umani, stupri multipli e di gruppo, mutilazioni. Efferatezza e crudeltà, una violenza senza pari”, si legge nella pagina introdotta dall’hashtag “èancorail7ottobre”. Perché è ancora il 7 ottobre? “Perché l’ideologia della violenza e dell’odio ogni giorno s’infiltra nelle piazze delle città italiane e nei social media. E sta permeando i luoghi dove si forma il pensiero: le scuole, le università, la cultura. E i mezzi d’informazione. Mentre il terrorismo si arma di nuovo”, è scritto.

La Federazione nazionale della stampa non ha gradito. “Nel testo si accusano i mezzi di informazione di fomentare la violenza. Accusa inaccettabile e che rispediamo al mittente”, ha dichiarato Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione nazionale della stampa (FNSI). Che se la prende anche con gli editori. “Nel contempo, la Fnsi si chiede come è possibile che gli editori, proprietari delle stesse testate incriminate, abbiano permesso che un annuncio simile potesse essere pubblicato. Annuncio che reca una insopportabile quanto falsa accusa alle redazioni, ai giornalisti e pure ai direttori che sono espressione degli editori stessi. D’accordo che pecunia non olet, ma è anche vero che la dignità dei giornalisti e dell’informazione non può essere svenduta per un annuncio”. Sulla vicenda, riferisce la stessa FNSI, sono intervenuti anche i Comitati di redazione delle testate del gruppo Gedi: “Molte testate italiane, tra cui Repubblica a Stampa, hanno ospitato un annuncio a pagamento di un’intera pagina dell’associazione Setteottobre”, scrivono. Secondo il Coordinamento dei Cdr, il modo in cui l’associazione addita i mezzi d’informazione “è offensivo verso tutte e tutti noi e verso il nostro lavoro, improntato su equilibrio e professionalità, in condizioni mai facili. La tesi risulta ancor più offensiva verso il giornalismo stesso se si pensa al fatto che ad oggi sono stati uccisi da Idf oltre 200 giornalisti nella striscia di Gaza. Senza dimenticare che ai media, nonostante appelli delle varie istituzioni non solo professionali, il governo israeliano non permette di entrare per fare il proprio lavoro. Crediamo, infine, che gli editori debbano permettere la pubblicazione di messaggi coerenti con il nostro lavoro: i quotidiani non sono delle semplici buche delle lettere, neanche a pagamento”.