Caro Massimo,

questa storia inizia oltre 40 anni fa, quando in vacanza mi infatuai di un ragazzo un po’ più grande, capelli ricci e biondi, occhi azzurri e un che di misterioso. Portava con sé una chitarra, un libro e delle tele su cui dipingere: oltre che bello come il sole doveva essere anche un animo sensibile. Non avevamo conoscenze comuni che potessero presentarci e, finita la vacanza, tornai a casa e dopo qualche mese di sospiri, mi decisi a dimenticarlo. L’ho rivisto diversi anni dopo, e mi era sembrato molto meno bello. Seppi che era diventato un artista e in pieno Covid misi un like a una sua opera. Seguì una richiesta di amicizia da parte sua a cui io risposi con un messaggio: ti ricordi…? No, non ricordava, o forse sì, e ne fu lusingato. Cominciamo a scriverci e sentirci tutti i giorni, condividendo poesie e canzoni, e sognando quell’amore che non era mai nato. Ci eravamo ritrovati come due anime gemelle, entrambi introversi e amanti della solitudine. E ci vedemmo, anche in presenza dei rispettivi consorti. Un po’ ci cominciavamo a credere, in questo amore a distanza, platonico ma anche no, purché non facesse male a nessuno. Ma dopo cinque, dico cinque, anni di colloqui quotidiani, ho sentito il peso della noia. A un certo punto mi è sembrato di essere solo uno specchio in cui lui amava riflettersi. Ha negato che fosse così, eppure non ho mai capito quanto davvero gli interessassero i miei pensieri più profondi o anche semplicemente gli affanni della mia vita. Così gli ho detto che non me la sentivo più di andare avanti con queste conversazioni sterili, ma ogni giorno ricevo ancora il suo messaggio, puntuale come la morte: «Ci sentiamo oggi?». Non riesco quasi mai a dirgli di no, sono io a essere entrata nella sua vita all’improvviso, ma ora vorrei uscirne. Sono in un’altra fase della vita, quella ragazza che fino a ieri sentivo ancora dentro di me, non mi appartiene più. Mi sento un po’ stronza, ma poi mi chiedo se non sia lui un maledetto Narciso, sia pure con l’animo di persona più buona del mondo. Non potrebbe capire e basta? In queste telefonate, diventate nel frattempo settimanali, continuiamo a parlare di libri (che non ho più tempo di leggere), di canzoni (che non ho più voglia di ascoltare), di film che non vedo, di qualche ricordo comune. Un disco rotto, insomma. Vorrei gridargli che non ha capito nulla di quello che gli ho detto, se non fosse che non mi importa nulla di dirglielo, vorrei solo non sentirlo più e basta. Ma vorrei anche sentirmi meno stronza nel farlo.