La Festa dei Nonni, che segna il calendario ogni anno il 2 ottobre, è un invito a tornare indietro, a ritrovare sapori che hanno segnato l’infanzia di ciascuno di noi. Non sono soltanto ricette, ma gesti che si tramandano, profumi che restano impressi nella memoria, voci che risuonano ancora nelle cucine di famiglia. Con questa raccolta abbiamo chiesto ad alcuni chef di abbandonare, per un momento, la grammatica della cucina professionale per raccontarci i loro ricordi più intimi, quelli legati alle nonne e ai nonni.
Il ricordo dei profumi
C’è chi, come Antonio Guida, rivede in un piatto di pasta, patate e provola il calore delle giornate trascorse a casa dei nonni e chi, come Viviana Varese, ritrova nell’aglio appena bruciato della pasta e patate il segno inconfondibile della propria infanzia estiva. Dettagli minimi, ma che bastano a evocare un mondo intero: quello delle cucine domestiche, fatte di semplicità, di attese, di profumi che riempiono le stanze.
Piccoli fili che uniscono generazioni, e che oggi diventano il cuore di questo racconto collettivo: perché dietro ogni chef c’è sempre stato, prima, un bambino che ha imparato ad amare la cucina grazie alle mani di una nonna. Errico Recanati, chef del Ristorante Andreina a Loreto, lavora ogni giorno nel regno fondato da sua nonna nel 1959. Cresciuto in quella cucina, ha trasformato la tradizione familiare – brace, spiedo, fuoco – nella base del suo stile. «C’è un piatto che ricorda sempre Andreina, che è quello proprio della tagliatella, la sua tagliatella. La mamma, quindi la mia bisnonna, faceva le tagliatelle a mano e lei faceva questo ragù memorabile. Io l’ho soltanto cercato di alleggerire, ma neanche tanto, se devo essere sincero. Lo serviamo come pre-dessert nel menu degustazione». In quelle parole c’è tutto: la pasta fatta a mano, il ragù e la continuità di un’eredità che apre ancora oggi il percorso degustativo.







