La zuppa, le castagne, le fave o le ossa dei morti, la colva, i pupi di zucchero, i pabassinos: il culto dei morti attraversa tutto il nostro Paese e vede tradizioni gastronomiche che affondano le radici nel mondo pagano e precristiano. Ad accomunarle è la credenza che la notte tra il 31 di ottobre e il 1° di novembre, ossia tra quelle che la religione cattolica celebra come le feste di Ognissanti e il Giorno dei morti (e che il mondo anglosassone ha trasformato nella notte di Halloween) le anime dei defunti tornino a far visita ai vivi: il cibo diventa un modo per stabilire una relazione con loro. Così in tutta la Penisola, quando era la cultura contadina a dettare il calendario, si approntavano per quella notte tavole imbandite con i cibi preferiti da chi ci aveva lasciato e con una sedia vuota per accoglierlo. Oggi la tradizione è legata soprattutto ai dolci, ma qua è la si trovano ancora piatti salati.
La mappa del gusto
Una mappa può partire dalla Valle d’Aosta dove per la notte dei morti si lascia(va)no in tavola castagne bollite e vino. In Piemonte c’era soprattutto in Val di Susa la tradizione della “Supa dij mort”: una zuppa povera con le erbe dell’orto, i grissini, il brodo di gallina. Nell’alto novarese si preparano invece le Ossa di Morto, biscotti la cui ricetta vede nocciole, mandorle, albumi d’uovo e zucchero. In Lombardia è diffuso il Pan dei morti, una pane basso con biscotti secchi, uvetta, frutta secca, cacao e spezie le cui origini vengono fatte risalire all’Antica Grecia. Accanto al pane si lascia anche un recipiente con acqua fresca, oltre a dolci più semplici come le ossa e le fave di morto, dolcetti di pasta di mandorle, diffusi in tutta Italia. In Veneto la tradizione della “Suca baruca” e delle “lumere” prevedeva già dall’antichità per la festa dei morti zucche intagliate arricchite da lumini da mettere sui davanzali per indicare alle anime dei defunti la strada di casa.










