Anovembre, nelle campagne d’Europa, l’anno non finiva a Capodanno ma a San Martino, tra dolci di zucchero glassato, castagne, vino nuovo e una regina di tavola dalle mille risorse: l'oca. Ma perché l'11 novembre si mangiava l'oca (e lo si fa ancora, soprattutto nell'asse che corre dal Nord Est agli ex comprensori austroungarici)? Il legame c'è ed era uno dei riti laici di una giornata-chiave per l'anno agricolo: era allora che i campi si svuotavano, i contratti dei braccianti si chiudevano e le famiglie caricavano poche cose sul carro per cambiare podere: ancora oggi, nel Nord Italia, “fare San Martino” è sinonimo di traslocare. In quei giorni, che una volta sapevano di nebbia e prime gelate, si facevano i conti con la stagione: si metteva via il vino nuovo, si arrostivano le castagne, si macellava il bestiame.
L’abitudine
E sulla tavola, ovunque dal Po al Danubio, compariva l’oca: il legame nasce da un intreccio di calendario agrario e leggenda. Da una parte, la pratica: l’oca è l’animale “giusto” al momento giusto. Passata l’estate al pascolo, a novembre è ben ingrassata, offre carne, grasso per l’inverno e un fegato considerato una vera riserva di energia. Dall’altra, il racconto popolare: Martino, per non farsi eleggere vescovo, si nasconde in un’ocaia; le oche però starnazzano e lo tradiscono. È quindi una “vendetta golosa” che si consuma a posteriori, ovvero a tavola con l’oca al forno servita proprio nel giorno della sua festa.








