A poche ore dalla sua morte sui social era semplice rintracciare moltissimi dei suoi video, estratti di Tik Tok sulle domande e risposte ai gazebo delle università americane dove – con la strategia dialettica del Gish Gallop che sommerge di dati e informazioni a raffica l’interlocutore, rendendogli difficile se non impossibile una risposta argomentata – replicava a studenti woke, di sinistra o che, al contrario, gravitavano nell’area dell’alt-right, ancor più a destra di quanto fosse di lui. Difendeva Donald Trump, anche se nel 2016 aveva dichiarato di non essere “il suo più grande fan”. Quella valanga di video di Charlie Kirk, oggi, pare rarefatta. Tanti non si riescono più a reperire facilmente sui social, da X a Facebook. Il suo nome è stato ricordato anche alla Camera, dove Fdi ne ha promosso la commemorazione, a cui anche la Lega – che lo ha celebrato a Pontida – era favorevole. Il nostro Parlamento è stato l’unico dopo la House of Representatives americana, nota Repubblica, a commemorarlo, nonostante l’Aula fosse tutt’altro che piena. Di lui, però, prima della morte, nessun partito della destra aveva parlato: e per molti esponenti resta il dubbio se il suo nome si pronunci “Kerk” o “Kirk”, dettaglio che certifica quanto la sua notorietà si sia diffusa dopo la tragedia consumata nel campus dello Utah.