L’avvento di nuovi test diagnostici e di nuove terapie a base di anticorpi monoclonali sembra aprire nuovi scenari per quanto riguarda il trattamento dell’Alzheimer. Allo stesso tempo, avverte un gruppo di esperti attraverso una serie di tre articoli scientifici pubblicati su The Lancet, si tratta di strumenti “giovani”, il cui grande potenziale potrà essere sfruttato appieno solo se, in parallelo, continueranno ad essere adeguatamente utilizzati tutti i mezzi diagnostici e terapeutici già disponibili e consolidati nel corso di anni e anni di ricerca.
Farmaci pro e contro
In particolare, due anticorpi monoclonali, lecanemab e donanemab, hanno destato da un lato grande entusiasmo per il fatto di essere i primi in grado di modificare il decorso della malattia; dall’altro, sono al centro del dibattito per il loro prezzo elevato, per gli effetti collaterali che possono causare e per il fatto che al momento solo una piccola percentuale di pazienti rientra nelle indicazioni per il trattamento.
Un nuovo test cognitivo digitale per la diagnosi dell’Alzheimer
“Con questa serie di articoli abbiamo cercato di normalizzare questo dibattito, sottolineando che questi temi non sono specifici dell’Alzheimer. Questi due anticorpi monoclonali sono stati sviluppati secondo gli standard di tutti gli altri anticorpi monoclonali per le altre malattie croniche, non c’è niente di strano. Quello che rende in qualche modo la discussione diversa sono le dimensioni sociali della malattia”, spiega a Salute Giovanni Frisoni, che ha coordinato la serie uscita su The Lancet ed è direttore del Centro della memoria dell’ospedale universitario di Ginevra (Svizzera) e docente di neuroscienze cliniche presso l’università della stessa città.









