«Io e la mia famiglia dobbiamo andare via da qui o siamo in trappola. I carri armati sono sempre più vicini e sento i colpi di mitra a qualche centinaio di metri». Il piano di Hadi scatta a mezzogiorno. La scuola dove aveva trovato rifugio con sua moglie e le due figlie non è più sicura. Chi ha potuto, è fuggito sugli ultimi camioncini dove è stato ammassato di tutto: materassi, vestiti, serbatoi per l’acqua, mobili. Ma per chi non fa parte del quasi mezzo milione di evacuati che ha abbandonato Gaza per il sud della Striscia, la fuga è dentro la città. Una gabbia mortale. Una corsa contro il tempo prima che l’esercito israeliano arrivi con fanteria, tank e bulldozer.
Durante la videochiamata, le immagini di Gaza sono spettrali. Il cortile della scuola, prima pieno di sfollati, è un deserto. Le strade vuote. Dietro i palazzi sventrati, le colonne di fumo indicano che le esplosioni sono ormai a pochi isolati. «Non abbiamo più acqua potabile. Qui le autocisterne non possono più arrivare e siamo costretti a fare centinaia di metri con le taniche piene. Ma rischiamo di morire sotto il fuoco nemico» dice Hadi. E una volta calato il buio, prende la decisione. «Non abbiamo più tempo, scapperemo a piedi verso il porto. Non portiamo nulla nulla, solo qualche cambio e una coperta, non sappiamo nemmeno dove andare. Ma a questo punto, dobbiamo solo sopravvivere» racconta.













