«La verità è che un’alta percentuale di gazawi ha cominciato a sognare una via d’uscita sicura da questo incubo, un’esistenza lontana da qui. Anche io sto cercando un modo per fuggire da questa sofferenza. Voglio una vita senza pericoli per i miei figli e i miei nipoti».

Anas Hagag ha fatto di tutto per resistere negli ultimi 22 mesi. Nel primo anno, fino a che ha potuto, ha distribuito cibo alle famiglie più sfortunate nel Sud della Striscia, girando in auto con il figlio, sfidando i droni israeliani. Alla fine è diventato sfollato anche lui, per tre volte. Ha patito la fame, talvolta anche la sete. Eppure non ha mai smesso di aiutare chi stava peggio. E sono stati in tanti.

Quest’uomo di 65 anni, referente locale per l’Ong italiana Music for Peace, oggi condivide la stessa, disperata rassegnazione di molti nonni e genitori. «Non ho più la forza di sopportare quello che sta succedendo». Come moltissimi altri, fatica persino a immaginare le conseguenze della nuova offensiva minacciata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: un’operazione di terra per occupare militarmente tutta la Striscia. Con conseguenze catastrofiche per due milioni di civili già stremati.

Milioni di sfollati in un fazzoletto di terra