La vita, il genio e le provocazioni dello stilista britannico salgono sul palcoscenico di Broadway. Con uno show intimo ed esplosivo

di Marta Galli

Aveva un’insolita passione per gli uccelli, da piccolo li osservava dal tetto di un edificio popolare dell’East End a Londra; tra i suoi libri preferiti c’erano Le 120 giornate di Sodoma di de Sade e sul braccio aveva tatuato Shakespeare: “L’amore non guarda con gli occhi, ma con la mente”. Formatosi nelle storiche sartorie di Savile Row, secondo la leggenda aveva ricamato la frase I am a cunt (“Sono uno stronzo”) sulla fodera dell’allora Principe di Galles. Gli stilisti delle passate generazioni appaiono più tormentati di quelli attuali, forse nessuno quanto Lee Alexander McQueen: elogiato per l’originalità, criticato per le sue estreme provocazioni. Un anno dopo l’inattesa, tragica notizia della sua morte, l’11 febbraio 2010 (suicida, a soli 40 anni), la retrospettiva Alexander McQueen: Savage Beauty al Metropolitan Museum accolse oltre 650mila visitatori in tre mesi. Per Claire Wilcox, responsabile dell’ampliamento della tappa londinese della mostra nel 2015, «con lui aleggiava sempre una sensazione di pericolo – alle sue sfilate non sapevi mai cosa aspettarti – e sentivi di essere testimone del futuro». Quando il produttore Rick Lazes ricevette il catalogo fu rapito «da un artista che si esprimeva attraverso i vestiti». Così si mise subito a lavorare a un biopic. L’incontro con Gary James McQueen, il nipote artista del designer, gettò le basi per House of McQueen, spettacolo off-Broadway ora in scena a New York (scritto da Darrah Cloud, diretto da Sam Helfrich, prodotto da Lazes, con Gary James alla direzione creativa) che arriverà a Londra, Parigi e Milano entro il 2027.