Una casa di moda può sopravvivere al suo fondatore? Per ogni brand arriva – in modo più o meno ponderato – il momento di porsi questa domanda. Nel caso di Alexander McQueen, non c’è stato neanche il tempo di immaginare una successione: lo stilista fu trovato morto nel 2010, mentre il marchio era all’apice del successo. Nei tredici anni successivi è stata Sarah Burton a tenere in vita il marchio, prima di lasciare le redini a Seán McGirr. Ma un conto è la direzione artistica, un altro è la strategia economica. L’epilogo della storia lo conosciamo: bilanci in perdita, un imponente piano di ristrutturazione, tagli ai negozi e ai dipendenti. Il gruppo Kering – a cui fa capo il brand – ha confermato licenziamenti sia a Londra che nei siti produttivi italiani. Ma come si è arrivati a questo punto? E soprattutto: come invertire la rotta?

Alexander McQueen è uno di quei brand inseparabili dal suo creatore: geniale, teatrale, anticonformista, ma con una maniacale attenzione ai dettagli e alla forza sartoriale. Ogni show era uno spettacolo popolato di creature mostruose e incantate, profezie e visioni. Alla morte del fondatore, la casa di moda aveva perso più di uno stilista: aveva perso la sua anima, il suo cuore pulsante. Sarah Burton, che aveva lavorato al suo fianco, si è trovata tra le mani un’eredità enorme e difficile da gestire: era diventata la custode della memoria del defunto fondatore. Lo ha fatto smussando gli angoli e puntando sull’eccellenza della manifattura, tanto da essere scelto dalla principessa di Galles Kate Middleton in più occasioni, incluse le nozze. Con lei, il brand è diventato più facile da indossare, meno scandaloso.