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Ultimo aggiornamento: 11:13
Il Re della moda, come molti erano soliti definirlo, ci ha lasciato a novantuno anni poco prima di celebrare il mezzo secolo di vita del suo storico marchio, uno dei pochi che ha sempre portato il suo nome e la sua effettiva gestione senza passare in mani straniere come è accaduto per molte altre celeberrime case di moda italiane. Ma Giorgio Armani è stato molto di più che il simbolo della creatività del made in Italy nel mondo, per molti di noi è stato un riferimento costante, uno stile inconfondibile per distinguersi nelle occasioni più importanti come nella vita di tutti i giorni.
Chi, come la sottoscritta, è stata adolescente e giovane adulta a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, prova un senso di nostalgia e gratitudine verso questo Signore dalla chioma canuta e lucente e dal volto sempre abbronzato perché possedere un suo capo era molto di più che possedere un oggetto, un’icona o uno status symbol, era un modo per esserci e incarnare lo spirito dei tempi.
Metà degli anni Ottanta, frequentavo il liceo classico “Omero” di Bruzzano alla periferia di Milano, quello, per intenderci, in cui insegnavano professori del calibro del grecista e latinista Ezio Savino e da cui sono usciti studenti famosi come Alfonso Signorini e Alberto Rollo ed era scoppiata la moda dei “paninari”, quel fenomeno di costume spesso bistrattato verso il quale però sentiamo segretamente tutti un po’ di nostalgia per la leggerezza e la spensieratezza tipica di un periodo che si era lasciato alle spalle anni di lotte studentesche e movimenti politicizzati.













