A 10 anni dalla morte, un libro esplora l’influenza della spiritualità sulla vita di David Bowie. Diceva: “Sono passato da Buddha, Nietzsche, il satanismo, il cristianesimo, la ceramica. E ho finito per fare musica”

di Enrica Brocardo

4 minuti di lettura

“La lotta è reale, ma lo è anche Dio”. Così Iman aveva annunciato con un post su Instagram l’addio al marito David Bowie, il 10 gennaio di dieci anni fa, 2 giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno e a un mese dall’ultima apparizione pubblica a New York per la prima del suo musical Lazarus.

Nel libro David Bowie and the Search for Life, Death and God, in uscita il 15 gennaio per Bloomsbury, il giornalista inglese Peter Ormerod si concentra su un aspetto piuttosto inedito del musicista e attore, ovvero la sua incessante ricerca di una dimensione spirituale, tra buddismo, cristianesimo, kabbalah, occultismo, e ci ricorda anche che Bowie non è sempre stato considerato l’icona globale in cui la morte lo ha cristallizzato. Ormerod, infatti, lo aveva incontrato il 2 dicembre 1999: “Era al Virgin Megastore a Oxford Street, a Londra, per un firma copie. Si trovava in una fase non proprio brillante della sua carriera. Molti non lo ricordano, ma ci sono stati momenti in cui non era molto popolare. È scomparso per lunghi periodi, per dieci anni non aveva fatto musica”. Ovvero, tra il 2003 e il 2023, tra l’album Reality e il successivo The Next Day. Ma adesso la sua eredità musicale è più forte che mai. “Ha ispirato intere correnti e generi musicali, artisti come Madonna, Prince, gli U2, i Sex Pistols, Lady Gaga,per citarne solo alcuni. I quali, a loro volta, hanno influenzato altri artisti. Ancora oggi Bowie è ovunque”.