David Bowie ed io siamo andati nella stessa scuola di Bromley, il quartiere di South London dove eravamo cresciuti, ma a una decina d’anni di distanza, quelli che ci separavano. Eppure gli insegnanti non se l’erano dimenticato. Una professoressa un po’ antipatica mi avvertiva che, se avessi continuato a fare il ribelle, avrei fatto la stessa fine di Bowie: non so bene cosa intendesse, ma per me era un complimento. Un altro professore, quello di arte, era lo stesso che aveva avuto David: con lui abbiamo fatto tante discussioni su Bowie, sul suo messaggio di ribellione, su come aveva fatto lui ad uscire da Bromley e su come avremmo potuto imitarlo.

Quella squallida periferia, immersa nel perbenismo e nelle rigide divisioni del classismo dell’Inghilterra di quell’epoca, soffocava i ragazzi della mia generazione così come era stata soffocante per David. Lui ce l’aveva fatta ad abbattere quel muro, speravamo di riuscirci anche noi: perciò ebbe un’enorme influenza nei giovani di allora. La sua canzone Rebel, rebel, che ascoltavo e riascoltavo incessantemente, suonava anche per me e per tutti quelli come me, perché tutti noi con i capelli lunghi e decisi a rompere con le tradizioni ci sentivamo dei ribelli. Questo è stato il mio primo contatto con Bowie.