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Ultimo aggiornamento: 6:00
Parlando di David Bowie, ricordandone l’artista, il precursore, mi viene in mente più di altre la famosa intervista che Gary Oldman rilasciò al The Hollywood Reporter, nella quale affermò fondamentalmente che il mondo fosse andato in vacca dalla sua morte. Un “collante cosmico” che teneva tutto insieme, ebbe modo di specificare nello stesso contesto, venendo a mancare il quale “si è tutto sfaldato”.
E in effetti, dieci anni dopo quel 10 gennaio 2016, la sensazione di vuoto lasciata da Bowie è ancora tangibile. Non solo tra i suoi fan, i primi a essere colpiti da una tale perdita, ma nell’intero universo pop e rock: la sua capacità di reinventarsi continuamente, sempre in maniera credibile, di attraversare e precorrere mode e generi senza mai perdere autenticità, lo rende ancora oggi un punto di riferimento per pochi artisti contemporanei, forse con l’unica eccezione di Frank Zappa. David Bowie non era solo un musicista: era una lente attraverso cui osservare il mondo, come dimostra ad esempio la sua I’m Afraid of Americans, brano che suona oggi più che mai attuale.
Dai glam rock e proto-punk di The Man Who Sold the World e The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, alla sperimentazione elettronica di Low e Heroes, fino all’ultimo Blackstar, pubblicato pochi giorni prima della sua morte, ogni fase del Duca Bianco racconta della sua volontà inarrestabile di esplorare nuovi territori. Ogni cambiamento, ogni alter ego – citando almeno i più iconici: Ziggy, Aladdin Sane, The Thin White Duke – non era mero travestimento, ma una dichiarazione di libertà, un invito a ridefinire se stessi e la propria percezione del mondo.












