«Il 14 marzo 1929 lasciai Londra con il treno del pomeriggio per Berlino». Si chiude così la prima parte della vita di Christopher Isherwood, raccontata da lui stesso in un libro oggi introvabile, Leoni e ombre, un’educazione degli anni venti, (Fazi per la cura di Tommaso Giartosio). Nella quale lo scrittore si destreggia con spericolata abilità sulla questione dell’io letterario. Come continuerà a fare sempre, fino al suo ultimo, perfetto romanzo, Un uomo solo.
Tutto è finzione e tutto è verità, sempre. «Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa» scrive, mentendo, nel 1939 nell’apertura di uno dei suoi romanzi più famosi, Addio a Berlino. È qui che compare il personaggio della cantante squattrinata Sally Bowles, (reso poi celebre da Liza Minnelli in Cabaret, il film tratto dal libro, con la regia di Bob Fosse) «il cui cognome fu scelto da Christopher per via del suono e perché gli piaceva l’aspetto di chi lo portava, un ventenne americano incontrato a Berlino nel 1931… in procinto di diventare un compositore e uno scrittore. Di nome si chiamava Paul».
Siamo adesso nel secondo volume della sua autobiografia, intitolata Christopher e quelli come lui (Adelphi, come tutti gli altri suoi libri qui citati), che prende avvio dal punto in cui finisce Leoni e ombre. Sarà un libro molto sincero e basato sui fatti, dichiara, molto più del precedente, dove gli episodi sono stati esagerati, omessi, i dati e i nomi falsificati. Finzione, verità.






