Lettere e immagini private raccontano una perdita che ha segnato la vita dello stilista. Vissuta con l’eleganza della disciplina
di Germano D’Acquisto
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Prima dell’icona, prima dell’uniforme, prima ancora della leggenda, c’è una perdita che non si mette in scena. È da lì che riparte C’était bien, la mostra allo Spazio Opis di Roma (7 maggio – 30 luglio 2026), curata da Clara Tosi Pamphili, che scava in un territorio poco frequentato: quello in cui Karl Lagerfeld smette di essere Lagerfeld. Nel 1989 muore Jacques de Bascher, compagno di una vita, presenza sfuggente e insieme assoluta, ribattezzato Jacquot nelle lettere. Da quel momento, il silenzio pubblico si riempie di parole private. Quando tutto si contrae, la voce si sposta altrove: oltre 600 lettere e fax indirizzati ad Armelle de Bascher, sua madre. Un dialogo lungo 25 anni che diventa forma di sopravvivenza, ma anche esercizio quotidiano di resistenza. “È il 25esimo Natale senza Jacquot… il tempo passa veloce… è stato bello”, scrive Lagerfeld il 23 dicembre 2014, in uno degli ultimi fax. Una frase semplice, quasi disarmata, che chiude una corrispondenza e insieme la sospende.
È un archivio che tiene aperta la ferita e la organizza. Tra fax, libri, inviti, disegni, emerge un rituale: scrivere per non perdere, scrivere per ritardare la fine, per continuare a dare forma a ciò che non può più esserlo. Quelle lettere – custodite per anni nel castello di Armelle in Francia fino alla sua morte nel 2015 – sono riemerse grazie a Emilie Grangié, nipote di Jacques, che le ha affidate a Richard Mogni. L’idea iniziale era un libro, di prossima uscita in Francia. Poi il progetto si è fatto spazio, corpo, attraversamento. Anche perché Mogni, in questa storia, riconosce qualcosa di proprio: una perdita analoga, un lutto che chiede di essere tradotto senza essere spiegato.















