La misura del successo, nel linguaggio Armani, è appunto la misura. In un mondo che premia la sovrabbondanza, ha sempre seguito il movimento inverso, esistenziale prima ancora che stilistico, dispiegandosi verso l’infinitesimale. Un lavoro minuto diretto all’essenza e alla precisione «perché semplice non è mai il punto di partenza, ma il punto di arrivo». Per questo il silenzio è forse il modo più onesto di ricordarlo.

E’ il 27 febbraio 2022, Putin ha appena invaso l’Ucraina e Giorgio Armani chiude la Milano Fashion Week con una scelta per lui del tutto naturale, affinata nel corso di una vita: sottrae. «Per rispetto alla sofferenza delle persone», toglie, riduce, elimina. La sua collezione va in passerella senza musica, in un’atmosfera sospesa, accordata solo «al battito del mio cuore» (come commenterà, dietro le quinte). Essere lì, tra il pubblico, significa partecipare a un rito: tornare ad ascoltare il mormorare delle stoffe, sentire il suono dei passi sul velluto, osservare il lavoro di centinaia di ore e mani e artigiani come unico protagonista, concentrati in ogni uscita, lenta, muta. Il silenzio non è mai un atto decorativo. Disturba, spiazza, diverge, funziona come una cartina tornasole degli stati d’animo, li amplifica e riverbera come la più potente cassa di risonanza. Pura, eversiva esistenza: si può provare a tacere così, oggi, per raccontare i 91 anni di Giorgio Armani, i 50 della sua azienda, capolavoro di longevità umana e imprenditoriale, lasciando parlare la sua estetica del fare, che coincide con la sua etica. «È la mia vita. Devo partire dal vuoto per lavorare con le emozioni, avere attorno qualcosa non di asettico, ma di pulito, su cui costruire. Nella mia visione di inventore pragmatico, fare moda vuol dire elaborare un’idea coerente di bello. Sono un uomo che lavora da sempre duramente, in modo ordinato, disciplinato e che non si ferma mai».