Quarantatrè miliardi di tagli. Solo per il 2026. È davvero l’Everest da scalare, come aveva detto il primo ministro François Bayrou a dicembre, al momento dell’insediamento, quando – baldanzoso e temerario – si era imposto al presidente Emmanuel Macron convinto di poter risolvere lo stallo politico francese.
Un Governo «con le mani in mano»
Non è andata così: il Governo non riesce a portare avanti le proprie politiche e si è spesso trovato di fronte a progetti di legge totalmente stravolti nell’Assemblée o al Sénat. Persino l’alleato Édouard Philippe ha aspramente criticato Bayrou: «Io non ho fatto il primo ministro stando con le mani in mano», gli ha detto durante un’intervista. L’allargamento della maggioranza a sinistra, con il coinvolgimento dei socialisti, non ha avuto successo, malgrado la nomina di un ministro dell’Economia della gauche, Eric Lombard: la discussione sulla contestata riforma delle pensioni dell’anno scorso non ha portato ai risultati sperati e uno dei sindacati, la Cfdt, ha persino ritirato il proprio iniziale consenso.
«Bloquons tout», i nuovi Gilets Jaunes?
L’avvicinarsi delle presidenziali ha alimentato il protagonismo di alcuni ministri – Bruno Ratailleau, agli Interni, ma anche Gérald Darmanin alla Giustizia – e di alcuni capogruppo come il macroniano Gabriel Attal o il repubblicano Laurent Wauquiez. L’8 luglio, intanto, è ridiventato possibile, per Macron, sciogliere l’Assemblée e convocare nuove elezioni; mentre il 10 settembre è possibile il debutto di una nuova protesta popolare in stile Gilets Jaunes: Bloquons tout, sostenuta dal 63% dei francesi e organizzata contro la manovra di bilancio.










