Sarà forse per il suo stile raffinato e d’altri tempi, oppure per il fatto che ha realizzato solo tre lungometraggi in circa vent’anni carriera, ma sta di fatto che poter assistere a una pellicola di László Nemes è sempre un evento di grande attesa per gli spettatori più cinefili.

Il regista ungherese ha presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia “Orphan”, film che arriva dopo sette anni dalla proiezione di “Tramonto”, visto sempre al Lido nel lontano 2018.

Nemes aveva esordito al lungometraggio nel 2015 con “Il figlio di Saul”, ancora oggi il suo lavoro migliore e in assoluto una delle opere prime più potenti dell’ultimo decennio.

Se in quel caso si raccontava un campo di concentramento ai tempi della Seconda guerra mondiale, in “Orphan” si segue il periodo immediatamente successivo, concentrandosi poi sulla Budapest del 1957. Dopo la rivolta contro il regime comunista, il mondo di Andor, un ragazzino ebreo cresciuto dalla madre con narrazioni idealizzate sul padre defunto, viene sconvolto quando si presenta un uomo brutale che afferma di essere il suo vero padre.

Ancora una volta Nemes sceglie una vicenda che possa rappresentare una metafora dei tumulti e dei drammi del ventesimo secolo nel cuore dell’Europa: in “Tramonto” parlava dei momenti antecedenti allo scoppio della Prima guerra mondiale, mentre in questo caso si concentra sui traumi del passato e su quei fantasmi dei conflitti bellici che non hanno lasciato la memoria di chi è sopravvissuto.