Una storia "che è accaduta a mio padre quando aveva 12 anni, che mi 'insegue' da sempre. Riflette i traumi del XX secolo, che si riverberano lungo tutta la mia esistenza e forse anche oltre".
Così Laszlo Nemes, il regista ungherese Premio Oscar per il miglior film straniero nel 2016 per Il figlio di Saul, racconta Orphan, presentato in gara alla 82/a Mostra del Cinema di Venezia.
Il film, con Bojtorjan Barabas, Andrea Waskovics, Gregory Gadebois, Elíz Szabo, Sándor Soma e Marcin Czarnik, è un nuovo capitolo nel viaggio indietro della storia del cineasta.
"Sono attratto dai soggetti storici ma non voglio trattarli come fossero cartoline. Voglio portare lo spettatore nel cuore di un'esperienza umana". Nemes, di religione ebraica, non entra, rispondendo ai giornalisti, sul tema della mobilitazione per far sì che la Mostra dia spazio a quanto sta accadendo a Gaza, ma spiega che, ancora di più oggi, in un mondo ancora dilaniato dai conflitti, "quello che noi cineasti possiamo fare con i nostri film è favorire le relazioni umane tra le persone. Posso comunicare con il pubblico attraverso film che lasciano libertà di pensiero. Non voglio dare messaggi o manipolare gli spettatori, ma essere il più possibile onesto". La "grande domanda, per me, anche nel cinema, nell'arte, come nella vita di tutti i giorni è 'sei un umanista o un antiumanista? Qualunque cosa tu dica, qualunque cosa tu finga di dire, sei un umanista o un antiumanista? Ci sono due forze nel cuore della civiltà e a volte questa dualità non può essere facilmente risolta. È intrecciata. Abbiamo visto nel XX secolo cosa può produrre. La mia responsabilità da regista è la ricerca di quell'umanesimo".








