Una famiglia in giro per il mondo, un cinema senza effetti speciali e animali veri chiamati a interagire con l’essere umano: il mondo del cineasta Gilles de Maistre continua a muoversi lungo una traiettoria coerente, dove vita privata e lavoro convivono armoniosamente. Dopo Mia e il leone, Emma e il giaguaro nero, Moon il panda, il nuovo appuntamento, in un rapporto di fiducia che lo ha visto seguire negli anni da un pubblico numeroso e fedelissimo, è con Il figlio del deserto, in sala con 01 Distribution.

Lo incontriamo in un hotel a Parigi, ai Rendez-vous di Unifrance, sportivo, abbronzato, criniera argentea: “Ogni film è un’esperienza artistica, ma anche un capitolo della mia vita. Questo ancora di più, perché è una storia vera. E raccontarla nella finzione è qualcosa di completamente nuovo per me”. È la storia di un bimbo di due anni che si è perso nel deserto durante una tempesta di sabbia, viene allevato da una famiglia di struzzi per dieci anni, quando riesce a ritornare tra gli uomini.

“È una storia incredibile. Cercare di metterla in scena, con un bambino così piccolo, con gli struzzi del deserto, è stata una sfida enorme”. La difficoltà più grande, ancor più che gli animali, è stata trovare il protagonista giusto. “Non è un bambino che puoi semplicemente mettere davanti alla macchina da presa. Deve stare nella scena, deve giocare, deve vivere quello che accade”. La soluzione è stata costruire un metodo. “Abbiamo lavorato con una coach straordinaria. Anche per lei era la prima volta con un bambino così piccolo. Abbiamo usato il gioco: Playmobil, piccoli animali, piccole storie. Gli raccontavamo ogni sequenza così. E lui capiva tutto”. Soprattutto, inventava. “Molte cose vengono da lui. Quando beve, quando si muove, sono idee sue. Se un adulto prova a insegnarle, non funzionano. Invece lui, attraverso il gioco, ha creato il suo mondo. È questo che è interessante”.