Possono sopravvivere tre cucciole di leone, da sole, in un deserto di dune che finisce su un litorale che già dal nome, Costa degli scheletri, suona come un epitaffio? La risposta che a tutti parrebbe scontata l'ha cercata per anni Philip Stander, ricercatore che ha dedicato tutta la sua vita allo studio di quello che abbiamo sempre conosciuto come il «re della jungla», il più grande e letale predatore di erbivori. L'ha inseguita a lungo, fin da quando per la prima volta vide una leonessa su una spiaggia della Namibia e, incuriosito («che diavolo ci fa un leone sulla spiaggia?»), decise di andare a fondo. Iniziò a studiarla, seguendone a lungo i movimenti e scoprendo col tempo l'esistenza di una comunità di grandi felini capace di adattarsi a luoghi aridi, senza vegetazione e con pochissime prede. A distanza di molti anni, la storia è diventata quella di tre leoncine, ritrovatesi prematuramente orfane e senza ancora avere imparato le leggi della vita. Sarebbero mai riuscite a farcela? Come si sarebbero procurate il cibo che era sempre stata la madre a procurare loro?
Leoni del deserto, muli di montagna. E le storie di resistenza animale da tutto il mondo. Il Gpff e la natura che va in scena
Come possono sopravvivere tre leoncine orfane in una terra arida e senza cibo? Perché un sessantenne cuneese vuole mantenere viva la cultura del trasporto con animali da soma? Come cambia la biodiversità nei nostri mari e nei nostri monti? Il programma del Gran Paradiso Film Festival 2025






