Qual è l’impatto dei governanti sui destini dei loro paesi? Quanto un singolo individuo, un capo di Stato, può condizionare le sorti di una nazione? Soprattutto da quando la politica è diventata una questione di personalità più che di ideologie e leader forti come Trump, Putin, Erdoğan, Xi Jinping, la stessa Meloni, hanno rubato la scena agli apparati di partito, questa domanda assume un’importanza cruciale per comprendere le dinamiche del potere e della politica contemporanea. Una domanda alla quale, naturalmente, è molto complicato trovare una risposta univoca. Ci stanno provando da qualche tempo ormai studiosi come i Nobel Daron Acemoglu, Simon Johnson e James Robinson, i quali sostengono che, nel lungo periodo, sono le istituzioni e non i singoli leaders il motore primario dello sviluppo. Secondo la loro prospettiva, il destino delle nazioni non dipende tanto dalle qualità individuali della classe dirigente, ma da “istituzioni inclusive”, capaci, cioè, di garantire partecipazione, diritti di proprietà, i giusti incentivi e una stabilità politica duratura. Altri, invece, come Benjamin Jones e Benjamin Olken hanno mostrato che la morte improvvisa di un capo di Stato può avere effetti misurabili sulla crescita economica, propendono per il ruolo preminente del leader. Tuttavia, da un punto di vista metodologico, i risultati di queste ricerche sono influenzati negativamente dalla difficoltà di identificazione dell’effetto causale. I leader, infatti, sono scelti, o si auto-impongono, e questi processi di autoselezione, come ci spiegano gli statistici, rendono difficile distinguere l’effetto delle caratteristiche individuali da quello dell’ambiente in cui i leader operano. Detto in altri termini, è impossibile capire se i leader migliori, con la loro politica, sono stati in grado di determinare fasi di espansione o, semplicemente, nelle fasi favorevoli del ciclo economico è più probabile che vengano selezionati leader migliori.