Nella storia del capitalismo il potere politico e quello dell’impresa sono entrati spesso in conflitto. Uno scontro a volte salutare. Più preoccupante è quando il confronto non c’è. O se un potere prevale totalmente sull’altro. Il primo, la politica — che rappresenta gli interessi generali — ha sempre cercato, almeno in una visione liberal-democratica della società, di regolare lo spazio dell’impresa, soprattutto se privata, sia per promuoverne l’utilità sociale, sia per smussarne gli eccessi. La globalizzazione ha sottratto molte multinazionali, sul piano fiscale e normativo, dal dominio territoriale degli Stati. Tant’è vero che a lungo si è parlato del fenomeno delle stateless company, aziende così forti da non dipendere più da nessuna autorità statale. Le privatizzazioni sono sembrate, sul finire del secolo scorso, un fenomeno inarrestabile, specie per la prevalenza di una visione anglosassone dei mercati alla quale si è contrapposta la più prudente e mista cultura renana, francese e tedesca.
Intel, Nvidia & co: dove va il nuovo capitalismo con il ritorno dello Stato
C’erano una volta le «stateless company», le multinazionali che sembravano sfuggire a ogni appartenenza nazionale. Ora assistiamo al ritorno del pubblico in economia mentre i miliardari della Rete, soprattutto negli Usa, sono chiamati a ruoli istituzionali. C’è da capire quanto gli interessi coincidano con quelli degli utenti...








