I mega miliardari che controllano le Big Tech riescono dove nessuno arriva. Anche quando mettono d’accordo la sinistra radicale e la destra estrema, in America e in Europa.
In effetti, sulla scorta di un’idea dell’economista ginevrino Cédric Durand, sono definiti “tecnofeudatari” da un intellettuale di sinistra come Yanis Varoufakis, l’ex ministro dell’Economia greco che si è opposto al neoliberismo burocratico imposto al suo Paese dalla Germania di Angela Merkel; ma li definisce con la stessa parola Steve Bannon, ex capo delle strategie della prima amministrazione di Donald Trump e ideologo del movimento Make America Great Again.
Gli oppositori dei tecnomiliardari non fanno distinzioni: per loro Elon Musk, di Tesla, e Tim Cook, di Apple, sono la stessa cosa. Come lo sono Jeff Bezos di Amazon e Mark Zuckerberg di Meta. Sono tutti accusati di avere conquistato posizioni di monopolio, di vivere di rendite e di abusare delle loro posizioni dominanti per sviluppare strategie che in prospettiva fanno soffrire la gente comune: dall’intelligenza artificiale che porta via il lavoro ai chip nel cervello che rendono tutti schiavi.
Al centro degli schieramenti politici i giudizi sono più ambigui: non mancano i tentativi di sottomettere le Big Tech alle regole antitrust, in Europa come in America, ma niente sembra scalfire davvero l’oligarchia digitale. Del resto, le lobby delle Big Tech sono efficientissime. Sicché, in fin dei conti, i leader americani le difendono e quelli europei le subiscono.







