Mai come in questo periodo — anche perché il nostro sguardo è costantemente rivolto agli Stati Uniti — le dinamiche del capitalismo finanziario, e soprattutto digitale, sono apparse così in conflitto con le regole di uno stato di diritto. Due rette drammaticamente divergenti. Non solo. La democrazia, che è fatta di procedure (spesso eccessive ma senza le quali non c’è tutela dei diritti), appare un insopportabile intralcio all’innovazione. Un macigno contro il progresso. Un limite alla competizione geopolitica tra blocchi, specie sull’intelligenza artificiale, l’economia dello spazio, lo sfruttamento delle materie prime rare e via di seguito.

I monopoli non sono più una minaccia, ma appaiono come la dimensione necessaria per il salto di paradigma tecnologico. La concorrenza, che premia troppo i consumatori e deprime la domanda di investimenti, è invisa. Il pubblico è depredato dei suoi dati e di porzioni crescenti della vita quotidiana, senza che questo produca alcuno scandalo intollerabile. Inutile citare gli ormai celebri scritti di Peter Thiel o di Marc Andreessen, i pensatori della svolta tecnocapitalista Usa, seppur caratterizzata da personalismi paleolibertari (alla Musk) e spinte di protezionismo reazionario.