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Una delle ragioni con cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha sempre giustificato il suo ritardo nel rispondere alla richiesta d’arresto da parte della Corte penale internazionale (CPI) nei confronti del generale libico Almasri è la presunta documentazione lacunosa ricevuta dalla Corte stessa. In particolare, Nordio ha più volte lamentato la mancanza di una traduzione in italiano del mandato d’arresto, che lui ha dovuto inizialmente leggere in inglese, e dei molti allegati, alcuni in lingua araba. Nordio lo ha denunciato anche nella sua informativa alla Camera, il 5 febbraio scorso, con toni che generarono le proteste delle opposizioni e molte ironie.

Fin da subito era sembrato strano che il ministero della Giustizia non fosse riuscito ad analizzare una richiesta della Corte penale internazionale perché bisognava prima tradurla. Eppure, anche nel corso delle indagini condotte dal tribunale dei ministri, la difficoltà nel tradurre l’atto è stata utilizzata dai collaboratori di Nordio, e in particolare dalla sua capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, come una delle ragioni che hanno rallentato le procedure.

Almasri fu fermato dalla Polizia a Torino il 19 gennaio proprio in forza del mandato d’arresto della CPI, accusato di torture, omicidi, stupri e altri gravi reati. Due giorni dopo venne liberato e rimpatriato per volere del governo italiano. Nordio ha detto più volte che le cose andarono così in parte anche per la mancanza di questa traduzione: ora però si sa con certezza che questa versione è falsa.