Il caso Almasri poteva essere gestito diversamente? «Assolutamente no, la vicenda è stata seguita nel rispetto delle leggi e nell'interesse dello Stato. Non c'era la possibilità di una soluzione diversa». Ecco la versione del ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla faccenda ingarbugliata del generale libico arrestato su mandato internazionale e poi rilasciato per un cavillo giudiziario (e pare una precisa volontà politica).

E in attesa che il tribunale dei ministri chiuda l’inchiesta che vede indagati la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario Alfredo Mantovano, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il Guardasigilli, continua il braccio di ferro tra Roma e la Corte penale internazionale. E nell’ultima memoria difensiva consegnata all’Aja, quindici pagine a firma dell'ambasciatore nei Paesi Bassi, Augusto Massari, si sostiene: «Non c’è stata nessuna "incoerenza" nella condotta italiana, semmai un'invasione di campo indebita della procura della Cpi».

Nel respingere le accuse sulla mancata consegna del generale libico accusato di torture e crimini contro l'umanità, il governo rivendica di aver agito «in buona fede» e sposta l'asse del duello sul terreno delle prerogative sovrane. Nel perimetro tracciato da Roma, il procedimento riguarda «esclusivamente lo Stato e la Corte d’Appello: non spetta alla procura della Cpi giudicare eventuali violazioni della cooperazione, né interpretare le disposizioni interne» di uno Stato sovrano. E, si sottolinea, le osservazioni del procuratore non possono costituire la base per un deferimento né agli Stati parte né al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.