Per provare a difendere il governo Meloni dall’accusa di inadempienza sul caso Almasri, l’Italia non solo arriva a disconoscere la competenza (e l’autorità) della procura della Corte penale internazionale, ma finisce per ammettere di essere sotto ricatto. Si preferisce definirlo “stato di necessità”, che tecnicamente sta a significare la presenza di un pericolo grave e imminente tale da giustificare atti non conformi agli obblighi dello Stato. E per Roma “al momento dell'arresto di Almasri sussistevano rischi concreti che potessero essere perpetrati atti di ritorsione contro cittadini italiani in Libia”.

“La procura della Cpi non è parte del procedimento”

È uno dei passaggi messi giù dall’ambasciatore italiano nei Paesi Bassi Augusto Massari nella memoria integrativa che il governo italiano ha inviato alla Cpi sperando di dribblare la procedura di deferimento, attualmente in esame alla Camera (una sorta di giudice per le indagini preliminari) su richiesta dei giudici inquirenti della Corte. “Le uniche parti in questo procedimento sono lo Stato e la Corte, la procura non ha alcun ruolo”, si legge nelle 15 pagine di osservazioni con cui si tenta di imbastire una difesa che quanto meno provi la “buona fede” dell’Italia, unica “scriminante” in caso di accusa di inadempimento. Argomentazioni che però – si specifica – “non possono in alcun modo significare che il Governo italiano avalli la decisione di consentire al procuratore di avere un ruolo nel procedimento”. Una sorta di strategia della confusione, con cui Roma cerca di uscire dall’angolo che l’arresto di Al Buti in Germania, dove l’esecuzione del mandato della Cpi è filata liscia come l’olio, ha reso ancora più stretto.