Non più soltanto un caso giudiziario, ma un autentico banco di prova nel rapporto tra l'Italia e la giustizia internazionale.

All'indomani della decisione di rinviare Roma davanti all'Assemblea degli Stati parte per la mancata consegna di Almasri, dai documenti della Corte penale internazionale emergono nel dettaglio le motivazioni: il nodo non riguarda solo il dossier sul generale libico, ma la reale disponibilità italiana a cooperare - ora e in prospettiva - senza condizioni. Le aperture annunciate dal governo verso una gestione più lineare dei rapporti con la Cpi sono state prese in considerazione, ma non ritenute sufficienti: quegli impegni, hanno sottolineato a maggioranza le giudici della Camera preliminare I, restano "subordinati" a paletti precisi - sicurezza nazionale, valutazioni geopolitiche e diritto interno - tali da mettere in dubbio l'idea stessa di una collaborazione "piena".

Nel giorno in cui a L'Aja si è aperto l'anno giudiziario - accompagnato dal monito della presidente Tomoko Akane su uno stato di diritto "sistematicamente sotto attacco" e una giustizia internazionale che vive un "momento senza precedenti" - il pronunciamento della Cpi sull'Italia riporta al centro uno dei cardini dello Statuto di Roma: la cooperazione non è negoziabile, né a geometria variabile. Il diritto interno - è il richiamo al governo - non può trasformarsi in uno scudo e le difficoltà operative, se esistono, vanno dichiarate e gestite attraverso gli strumenti previsti. Nel caso Almasri, la Corte ha ritenuto che Roma non abbia chiarito fino in fondo né l'impatto dei procedimenti interni che hanno coinvolto i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano - poi archiviati dal Parlamento -, né il possibile ruolo della Corte costituzionale, più volte evocato ma mai formalizzato. Una lettura che, tuttavia, non è monolitica nemmeno tra le tre togate che hanno condotto i lavori. Nella linea più rigorosa sostenuta da Maria del Socorro Flores Liera, il deferimento avrebbe dovuto essere più tempestivo. Di segno opposto la posizione della presidente della Camera preliminare, Iulia Motoc, che - pur riconoscendo l'inadempimento di Roma - si è discostata dalla collega messicana e dalla beninese Reine Alapini-Gansou. Il rinvio all'Assemblea degli Stati parte, stando alla dettagliata opinione di dissenso redatta da Motoc, rappresenta una scelta "arbitraria", adottata senza attendere l'esito dei procedimenti ancora pendenti né un possibile intervento della Corte costituzionale, indicato come rimedio interno "effettivo".