Nessuna reazione scomposta, ma sotto la superficie la Svizzera ribolle.

I maxi-dazi al 39% imposti da Donald Trump, secondi soltanto allo schiaffo riservato a Brasile e India, hanno colpito al cuore l'economia elvetica - farmaci, orologi, banche, cioccolata, formaggi e capsule Nespresso - gettando nel caos anche la storica stabilità alpina. Berna si rifugia nella diplomazia, escludendo "per il momento" ogni tipo di rappresaglia. La politica però comincia a perdere la pazienza e, partito dai banchi della sinistra, il fronte di chi pretende una risposta muscolare si allarga. Lo scontro è dietro l'angolo: la richiesta di rivedere, se non addirittura congelare, l'acquisto dei caccia F-35 di Lockheed Martin - emblema della cooperazione con Washington - si è levata da verdi, socialdemocratici e persino dagli stessi liberali della presidente Karin Keller-Sutter, decisi a usare il contratto da oltre 9 miliardi di dollari come leva negoziale. Una linea dura, pronta a essere discussa in Parlamento a settembre, respinta dalla leader elvetica, che ha ricordato come, senza il contributo Usa, i cieli svizzeri non avrebbero "alcuna difesa aerea".

Il dibattito sfiora la delicata neutralità della Confederazione, che ancora oggi limita l'export militare verso aree di conflitto, Ucraina inclusa. Ma il nuovo scenario geopolitico ha già spinto il governo a virare, impegnandosi ad acquistare almeno il 30% delle forniture militari da Paesi europei e aprendo un dialogo sulla sicurezza con Bruxelles. Un approccio che si estende anche oltreoceano, con l'acquisto di 36 caccia F‑35A Lightning II per il rinnovo della flotta, in arrivo tra il 2027 e il 2030. Un impegno assicurato anche nella missione a Washington da Keller-Sutter nel faccia a faccia con il segretario di Stato Marco Rubio. Senza tuttavia ottenere svolte. "Abbiamo presentato una nuova offerta, l'obiettivo è stato raggiunto", ha cercato di smorzare la presidente, prima di ammettere che "era chiaro sin dall'inizio" che Trump avrebbe mantenuto i dazi, almeno nel breve periodo.