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Nella Striscia di Gaza attualmente ci sono due modi per procurarsi cibo. Il primo è andare in uno dei quattro centri di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione voluta da Israele per controllare le consegne di cibo nella Striscia. Ma il cibo distribuito è poco, e a causa delle condizioni create da Israele raggiungere i centri è estremamente pericoloso, perché l’esercito spara sui civili in fila. Il secondo modo è comprarlo nei mercati, se e quando lo si trova: il problema è che i prezzi sono inarrivabili per la maggior parte delle persone.
Israele controlla tutti i confini della Striscia e impone strettissime limitazioni (se non blocchi totali) all’entrata di cibo e altri beni essenziali. Per questo durante la guerra, iniziata a ottobre del 2023, i prezzi dei beni primari a Gaza sono cresciuti enormemente: i commercianti fanno fatica a trovare scorte, e il poco che trovano lo mettono sul mercato a prezzi esorbitanti, che sono aumentati ancora negli ultimi mesi.
Il New York Times ha compilato una lista dei prezzi del cibo usando i dati della Camera di Commercio di Gaza, un ente locale che monitora i mercati nelle città di Gaza, Deir al Balah e Khan Yunis, rispettivamente nel nord, centro e sud della Striscia. Se prima della guerra un sacco da 25 chili di farina costava in media l’equivalente di 9 euro, a fine luglio ne costava 267. Un chilo di zucchero è passato da meno di 1 euro a 93. Un chilo di patate o uno di cipolle da 0,50 a più di 20 euro, e così via.











